Addestrare o educare?

La maternità ha fatto nascere in me l’esigenza di approfondire molte tematiche legate ai bambini, in quanto, forse presa dalla mia smania di perfezione o, come preferisco, dal mio senso di responsabilità, volevo capire e non replicare inconsapevolmente il modello educativo che avevo ricevuto. Non che io sia venuta su male 🙂 ma mi sentivo – e mi sento  – pervasa di un nuovo spirito critico per cui non mi bastava sapere che si fa così perchè tutti fanno così. Allora è cominciato per me un vero e proprio viaggio in territori  -per me e per molte delle persone che mi circondano – poco esplorati. Una prima grande consapevolezza che ho raggiunto in questo viaggio (che ancora prosegue!) riguarda proprio il significato di educazione e il suo oggetto.

La parola educazione viene dal latino e-ducere, letteralmente condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto. Si presuppone, cioè, che l’oggetto dell’educazione, se vogliamo chiamarli i principi dell’educazione, sono già presenti nel bambino e che i genitori non debbano far altro che aiutiare quest’ultimo a farli emergere, a prenderne consapevolezza. Educare è un accompagnare i nostri figli nella scoperta di sè stessi. Spesso purtroppo mi ritrovo a constatare come questo ruolo sia confuso con quello di un domatore di leoni per cui invece che aiutare il bambino a liberare le proprie potenzialità si tende a reprimere, a contenere eccessivamente, a seppellire letteralmente quello che spontaneamente un bambino tenta di tirare fuori. Ma perchè? Non certo perchè si è crudeli, ma probabilmente perchè questo è il concetto che si ha di educazione, e non si riesce ad andare oltre, perchè a volte è più facile addomesticare (salvo poi ritrovarsi  problemi ben più grossi nell’adolescenza), perchè pensiamo che nei bambini non ci sia veramente del buono (salvo le faccette da angioletti), ma che il buono glielo dobbiamo trasmettere noi. Si, spesso sono visti come delle piccole belve, che urlano e si lagnano proprio per dare fastidio a noi (non perchè hanno dei bisogni fisiologici o emotivi – si esistono anche quelli!- che non riescono ad esprimere adeguatamente o che non sono capiti) e se non ci si sbriga a fargli capire chi comanda, se non li si rimette in riga subito diventeranno dei piccoli tiranni, incapaci di vivere nella società. Inoltre, a volte si è talmente concentrati su sè stessi che si tende ad educare il bambino non in funzione della sua crescita armoniosa e di ciò che è giusto per lui, ma del nostro benessere psico-fisico e di ciò che fa comodo a noi. Esempio: il bambino grida e noi abbiamo mal di testa. “NON GRIDARE, SMETTILA SUBITO, HO MAL DI TESTA!” sarà probabilmente la reazione istintiva e più diffusa. Ma non sarebbe più opportuno parlare al bambino, cercando di capire cosa vogliono dire le sue grida? Sono grida di gioia di protesta, aiutiamolo ad esprimere in altro modo queste emozioni facendogli capire l’effetto che ha su di noi il suo comportamento o se il bambino è troppo piccolo, cerchiamo di coinvolgerlo in un gioco più calmo. Otterremo lo stesso effetto per noi e avremo anche aiutato il bambino a capire le sue emozioni e quelle degli altri.

Dunque, dalla concezione che si ha del bambino e del proprio ruolo di genitori (concezioni spesso inconsce che ci derivano dall’educazione ricevuta e dalla società) discende il nostro modo di comportarci con i nostri figli. Siamo addestratori o educatori? Pensiamo che i bambini siano naturalmente “buoni” o naturalmente “cattivi”? Non rispondete subito, osservatevi e riflettete su cosa traspare dai vostri comportamenti, qualsiasi sia il vostro stile educativo l’autoconsapevolezza è fondamentale.

 

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Informazioni su Grilloperlatesta

Sono una trentaduenne romana innamorata dei suoi due figli per i quali vorrebbe un mondo migliore e che nel suo piccolo cerca di costruirlo. Come? Sbircia tra le pagine del mio blog per scoprirlo!
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